«Dichiaro di compiere furti e rapine in quanto danneggiato dallo Stato italiano con una trasfusione infetta da epatite C, a causa della quale ho perso il lavoro e sono rimasto invalido al 66 per cento». È l’annuncio-choc fatto da Franco Zaninello, 63 anni, disoccupato e già scritto in un atto di notorietà depositato in Comune a Padova.
L’INFEZIONE AL FEGATO Era il primo marzo 1973, scrive oggi il Gazzettino, quando una grave infezione del fegato contratta all’ospedale civile divenne sua fedele compagna di vita. Sposato da due mesi, un’ulcera duodenale lo costrinse ad andare sotto i ferri. In sala operatoria venne trasfuso con sangue malato. Quelli erano gli anni dell’incertezza, dei controlli fallaci, delle sacche di dubbia provenienza, come le carceri dell’Arkansas, le bidonvilles sudamericane, i sobborghi romeni, i villaggi africani; allora non c’erano la serietà e la meticolosità di vigilanza attuali. Zaninello rimase ricoverato diciotto mesi. Uscì dal polo di via Giustiniani con un pesantissimo fardello. Chiese caparbiamente al professor Remo Naccarato, che lo aveva in cura, di raccontargli la verità. «Avevo 28 anni, il cattedratico mi disse: se la sua malattia non si stabilizza non arriverà ai 40. Oggi mi sento fortunato ma da trentasei anni a questa parte ho smesso di pianificare il futuro, vivo giorno per giorno, navigo a vista. E se vado in banca a chiedere un prestito mi viene negato. Per via della malattia». Faceva l’arredatore, il progettista d’interni: nel 2003 una terapia con interferone gli causò impensati effetti collaterali: diventò ipertiroideo, perse venti chili e pure il lavoro. Da allora il mondo produttivo gli ha chiuso la porta in faccia. Oggi vive al Sacro Cuore in un appartamento in affitto a 450 euro insieme alla moglie che percepisce la pensione minima. Una figlia è suora di clausura nelle Clarisse, un’altra sta per sposarsi. Al momento di chiedere a palazzo Moroni un aiuto per sostenere le spese di locazione, gli è venuta l’idea di vergare, davanti ad un funzionario pubblico, quell’atto di notorietà e di consegnarlo ufficialmente alla Casa dei padovani.
MANIFESTAZIONE CON LE BUSTE DI SANGUE E non è tutto: Zaninello ieri mattina si è presentato al centro trasfusionale dell’Azienda ospedaliera, ha chiesto tre sacche, quelle che si utilizzano per il sangue, ma vuote. «Le riempirò con china rossa per manifestare davanti a Montecitorio», promette. La prossima settimana partiranno in trecento dal Veneto: emofilici, talassemici, malati di epatite e Aids. Protesteranno dinanzi alla Camera dei Deputati, chiederanno il giusto risarcimento per le loro irraccontabili sofferenze. Alcuni, nell’attesa, si sono tolti la vita, altri sono rimasti paralizzati, ci sono famiglie che hanno perso due figli contemporaneamente. «Dal 1992 ricevo un indennizzo ma da allora è aumentato dell’1,6% contro l’adeguamento Istat del 57,9. Fino al 2009 erano 550 euro poi ho fatto causa e l’ho vinta: oggi percepisco 708 euro mensili, una soddisfazione anche se la cifra è aggiornata del 30,7%». Ma il grosso del risarcimento (tra i 250 e i 400 mila euro) Zaninello lo aspetta ancora. «Lo Stato in modo retroattivo ha deciso che le cause di risarcimento intentate dopo cinque anni da quando è stato evidenziato il nesso causale tra trasfusione e infezione sono cadute in prescrizione». Tra le seimila a livello italiano c’è anche la sua: decise di rivalersi dopo sei anni. «Ma il virus non va in prescrizione», ricorda amaramente. Un mese fa l’incontro, a Roma, con il ministro della salute Ferruccio Fazio e il sottosegretario Francesco Martini che si è impegnata affinchè la prescrizione non sia motivo di annullamento delle domande. Domani si troveranno di nuovo, sempre nella capitale. «Dobbiamo reagire anche per i tanti, tantissimi, che non hanno più voce: quanti amici ho perso per strada…».
Ha un ago nell’inguine, ma lo scopre dopo due anni. È la storia di F.G. , 63enne di Flumeri, in provincia di Avellino. La donna si era sottoposta nel 2008 ad un intervento chirurgico all’l'ospedale «Criscuoli» di Sant’Angelo dei Lombardi, e soltanto dopo due anni , e un’accurata visita radiologica, ha scoperto la presenza di un ago di sutura dimenticato nel suo corpo. Adesso il legale della donna ha denunciato la struttura ospedaliera, in quanto l’operazione, eseguita nel reparto di ginecologia, venne portata a termine senza complicazioni, secondo l’entourage medico. La donna venne dimessa, ma presto cominciarono i dolori e i fastidi, talmente forti da non permettere alla signora di camminare normalemente. I medici dell’ospedale irpino considerano i dolori della paziente dovuti al post operazione, e le prescrivono una cura farmacologica. Ma i fastidi continuano, la donna si reca in un altro ospedale di Avellino, dove un medico le riscontra delle problematiche nella circolazione sanguigna degli arti inferiori, tesi poi smentita dall’esame doppler. Con un’infezione in corso, la donna ricorre all’uso di antinfiammatori, prima di recarsi nella clinica Maggiore «Pizzardi» di Bologna, dove due radiografie evidenziano la presenza dell’ago nella zona genitale, una grave negligenza sanitaria di cui l’ospedale di Avellino dovrà rispondere!
La moglie aveva ottenuto la separazione da alcuni anni, ma lui era ancora innamorato di lei e non voleva più vivere: un uomo di 47 anni, Albert Repin, ingegnere, si è costruito in camera una ghigliottina e si è suicidato. Repin viveva con i genitori, che lo rispettavano tanto da evitare di entrare nella sua stanza: sentivano da alcuni giorni dei rumori di martello, ma lui aveva detto di voler costruire un nuovo armadio. Ieri sera, a lavoro finito, l’uomo si è suicidato con la ghigliottina. Il fratello, che non si era accorto di strani rumori, era andato a chiamarlo per la cena. Ha bussato a lungo, non ha ricevuto risposte. Ha quindi buttato giù la porta, e si è trovato di fronte all’insolito suicidio.
Ha 88 anni, sua moglie ne ha 34, sono sposati da 13 anni, hanno già una figlia di dodici anni, e adesso hanno avuto un maschietto: ma Armans Nazarov dovrà evitare la richiesta di interdizione dei figli di primo letto, uno di 62 anni e una di 56, che non vogliono riconoscere i fratelli e non approvano il secondo matrimonio del loro padre. I medici della clinica hanno accolto con simpatia Amans, quando è andato a prendere dall’ospedale la giovane moglie e il neonato: hanno detto che il parto era stato facile, e il bimbo molto sano. Il veterano di guerra – che ha combattuto in tutti i fronti fra il 1941 e il ’45 – si sente benissimo, ed è orgoglioso del suo nuovo bambino. Ora i figli di primo letto tenteranno di interdirlo, ma difficilmente otterranno l’avallo dei giudici.
«Quando ho chiesto al mio datore di lavoro di mettermi in aspettativa senza retribuzione per poter seguire la mia bambina malata di leucemia all’ospedale di Padova lui, prima mi ha chiesto di dare le dimissioni dato che aveva molto lavoro e non poteva lasciare sguarnito il mio posto, poi mi ha inviato una lettera di licenziamento per mancanza di lavoro». Questa è la testimonianza, pubblicata dal quotidiano Il Gazzettino, di una mamma di Cavallino Treporti, residente nella zona di via degli Arditi, sotto controllo per i sospetti e frequenti casi di tumori e dove è in corso un’indagine dell’ufficio prevenzione dell’Asl 12. Ed è anche il racconto di una delle due mamme costrette a curare i propri figli malati che adesso si trova senza impiego e con molte spese da affrontare per poter seguire la bambina nelle cure. La lettera di licenziamento è arrivata come un fulmine a ciel sereno, racconta ancora la donna: «Non me lo aspettavo di certo, dato che mi sono sempre comportata correttamente nel mio ambiente di lavoro. Grazie allo Sportello dell’Uildm e all’Inps che hanno accelerato al massimo le pratiche, sia per l’invalidità della bambina, sia per ottenere il congedo retribuito che mi spetta per legge speravo di poter affrontare questo difficile momento, anche con un pò di serenità economica, quando invece mi è arrivata questa nuova tegola». Il licenziamento, per altro, risulta essere lecito, visto che l’azienda ha meno di 15 dipendenti e il datore di lavoro può decidere arbitrariamente chi lasciare a casa. Quest’ultimo di fronte alla richiesta di spiegazioni si è detto «esterrefatto», precisando che la scelta era stata presa di comune accordo con la dipendente.
Ventiquattro donne riunite in una giuria votano un ragazzo che poi sceglierà una di loro per uscire. È il meccanismo dell’ultimo discusso successo televisivo cinese, «Rushing Towards Magnificent Love» (Correndo verso il magnifico amore) che sta anche suscitando numerose polemiche su molti giornali e blog cinesi, a causa delle richeiste delle ragazze, orientate solo verso uomini ricchi. Lo show, che va in onda ogni sabato e domenica alle 21,20, riunisce 24 donne, single e molto diverse tra loro per estrazione sociale, istruzione, carattere e altro. Un video introduce il ragazzo di turno, a cui poi le 24 donne rivolgono per dieci minuti domande di ogni genere. Se passa l’esame, il giovane può poi scegliere una delle 24 donne con la quale uscire in una data stabilita. Ad ogni puntata dello show partecipano cinque ragazzi. La giuria rimane sempre la stessa, ma la donna prescelta viene di volta in volta rimpiazzata da una nuova giurata. Lo spettacolo, che sta riscuotendo un grande successo fra il pubblico cinese, sta sollevando numerosi dibattiti, relativi soprattutto alle aspettative e alle richieste delle donne delle nuove generazioni in Cina.
Muovendosi per la casa ha staccato la presa del videogiochi, a cui stava giocando il fidanzato della sua padroncina. Questo piccolo incidente, accaduto ad un gattino di Staunton, Virginia (Stati Uniti), ha fatto perdere la pazienza a Bruce Jamar Walston, 21 anni, che arrabbiatissimo ha afferrato il povero micio scagliandolo contro un muro e uccidendolo. Il tutto davanti agli occhi esterrefatti della sua compagnia e dei suoi figli. Una storia crudele, che è finita con il giovane arrestato con l’accusa di maltrattamento e crudeltà nei confronti degli animali e portato in carcere. Walston, che aveva già dei precedenti, qualche mese fa era già stato arrestato per aver aggredito due persone: non era, perciò, certo un amico degli animali, ma nemmeno degli uomini. La notizia del suo arresto, e la storia del povero gattino, è stata riportata dall’associazione animalista Peta, che ha sollecitato i propri sostenitori a scrivere al giudice chiedendo una pena esemplare.

